
vadaabordocazzo
propositi. se così si può dire

Il mio 2011 è finito in un bicchiere di vino di contrabbando, mentre due ragazze ballavano la danza del ventre. Un anno finito in un posto incantato e pieno di sabbia e stelle, in un posto freddo ma riscaldato dal sole. Non piove spesso laggiù, inutile alzarsi dal letto e chiedersi che tempo che fa: la luce risplende quasi sempre sui mattoni cotti, sui canti, sulle preghiere. Gli odori di spezie e olive salate si confondono con il suono incessante di tamburi e di sonagli. Il mio 2011 è finito così, tra datteri, dolci spremute e cibo speziato, tra effluvi puzzolenti e automobili inquinanti. Il mio duemilaedodici è iniziato così, in un posto incasinato, confuso tra tradizione e modernità, trasgressioni e virtù. E i buoni propositi? Non so. Magari più tardi, magari tra qualche giorno. Intanto brindo a chi non c’è più, al dolore che mi ha abbandonato, alla paura che mi ha proprio stufato. E come dice il papà di Beyoncé: no ego, less drama, best look.
a chi?
A quella mia amica che ha scoperto di avere una brutta malattia. La sua storia mi fa svegliare alla mattina con un dito sopra le labbra, e ora provaci a lamentarti. A quella donna che per cinquantanni ha guardato il mondo, le cose, il suo uomo, con un paio di lenti ray ban. Ma fissare il sole è un’altra cosa. A lui, che manipola le persone, dio solo sa come fa. A lei, che è stronza, il più delle volte, ma forse è solo infelice. A lui, che non ho più voglia di capire come è fatto. A lei, che ha il mio stesso sangue, mi piace perché piuttosto che farsi andare bene le cose così tanto per fare le distrugge. A me, sempre con in mano il cubo magico, sempre con una facciata che non mi viene. A lui, che mi guarda come avesse davanti una meraviglia. A loro, che mi capiscono, e a cui piaccio, senza che io faccia nessuna fatica. A loro a cui invece sto talmente sulle palle che quando mi vedono cambiano strada. A me, che penso di essere buona, ma magari sono solo ipocrita, non lo so. A lei che non so come diavolo faccia a essere sempre così maledettamente perfetta, però le puzzano i piedi. A lui che ho perso, che non rivedrò mai più, che mi voleva bene. Alle cose che cerco di vedere dietro una persona. Alle voglie che mi prendono all’improvviso. Alle paure che voglio smettere di avere. Allo sport e agli omega tre. Alla fecondità e alla gioia di vivere.
Tanti auguri.
il più grande spettacolo prima del weekend

Ieri sera, venerdì sera, c’era Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti al Forum di Assago. Lorenzo c’è dagli anni ottanta, ma non è invecchiato, lui che è furbo, si è trasformato. E si è anche allenato, visto che balla come un pazzo per due ore belle e buone. Ancora giovane, ancora forte, con un fisico bestiale, nato, come diceva ieri il suo amico Saturnino su Repubblica, per stare sul palcoscenico il-mio-amico-lorenzo.html. Io Jovanotti me l’ero un po’ perso. Avevo tredici anni e una forte inclinazione verso tutto ciò che parlava americano, tutto, purché mi portasse via, quando Jovanotti irruppe nella mia vita, con un berretto messo all’incontrario, le scarpe da basket e le braghe a stelle e striscie. Jovanotti era alto, era figo e diceva a tutti gimme five. A me, tredicenne esterofila, bastava e avanzava. Poi io sono cresciuta, anche lui è cresciuto, io ho preso la macchina e lui è andato in bicicletta. Ha viaggiato, ha scoperto l’Africa, si è fatto crescere la barba, ha perdonato Francesca, ha dedicato una canzone a Teresa. Pensavo di averlo perso, e invece ieri sera me lo sono ritrovato vicino, a canticchiare canzoni che hanno colorato qualche bella estate, a saltare inconsapevolmente sull’ombelico del mondo, che fa sempre un po’ trenino di capodanno, ma che è innegabilmente un cult. Mi sono ritrovata a intonare strofe e ritornelli che neanche sapevo di conoscere. E con me cantavano tutti, milf e fidanzati, ottenni e teenager. Mariti ingrassati e figlie ribelli. L’Italia che non va allo stadio perché è pericoloso. Che paga le tasse e c’ha l’utilitaria. L’Italia che nel cuore conserva una purezza che non è macchiata dal cinismo. Lorenzo salta e dice ai prepotenti “non mi avrete mai” e come un gesù col borsalino e le scarpe glitterate parla di amore e speranza. Alla fine del concerto il puro è tutto contento, tutto pace e amore, il futuro adesso gli sembra migliore. Il cinico invece è di pessimo umore. Lorenzo non gliela racconta giusta. E’ troppo contento. Troppo ingenuo. Troppo puro. Troppo buono. Che schifo. Il puro esce dal parcheggio e continua a srridere, ma poi il cinico gli taglia la strada.
saghe mentali
Non è questo il punto, ma se dovessi seguire l’istinto io scapperei nella foresta con Jacob. Ma il punto invece non sono i miei bassi istinti, ma l’amore cortese tra Bella e Edward. Twilight, che più che una saga è un virus, ti prende e ti porta via, tra baci casti e sanguinolenti. E’ lo spirito teen che soffia sulle brutture di una nebbiosa domenica pomeriggio. Il cinema, pieno di ragazzine, sa di big babol. Gli sms e gli status di facebook fluttuano nell’aria come le promesse di un amore da favola, come quello tra Bella: umana ed emotivamente fragile e Edward: bestiaccia vampiresca educata al college. Il sapore che domina è mormone, che va tanto di moda: per baciare Bella Edward ci mette un sacco di tempo, perché per lui la verginità è una questione di vita e di morte. Ci vuole un voluttuoso viaggio di nozze nel caldo Brasile per perdere i sensi. Tranne il senso di colpa, che arriva dopo il piacere, che trasforma il paradiso in inferno. E così le bambine, non più tanto allegre, fissano lo schermo che proietta loro un futuro complicato, fatto di pulsioni violente e altissime leggi morali, insopportabili trasformazioni fisiche, un po’ di malinconia, un po’ di abbandono, un po’ di rinunce. Finisce il film, si accendono le luci, e le orde di ragazzine smettono di sfrucugliare i loro smartphones. Persino Edward e Bella sono costretti a diventare grandi e a fare i conti con il mondo. Nonostante la foresta, le cascate, le notti incantate. Ma le elucubrazioni sui fatti della vita durano un attimo. Giusto il tempo di ricevere un sms. Amo, stasera non ci sono i miei. Ed è subito foresta.
buoni e cattivi (dopo il weekend)
JAX che rivaluta la bicicletta, e pedala. Gue Pequeno dice (ups, canta) “conta su di me”. Tyson fa beneficenza, Tassotti chiede scusa e Pep Guardiola porge l’altra guancia. Di Pietro “apre” e la Santanché piange. Che sta succedendo ai cattivi della terra? Semplice, da creature evolute quali sono stanno ritrattando, perché di questi tempi la cattiveria non è più cool. So sorry baby. La depressione è uno tzunami che ci ha sorpresi mentre compravamo braccialettini dal vucumprà. E’ la fogna buia e puzzolente nella quale ci siamo ritrovati, vivi ma persi. Ci manca solo che ci mettiamo a fare i cinici, e i cattivi. Lorenzo Cherubini a.k.a. Jovanotti è da mò che ci prova a lanciare messaggi positivi, raggi di sole e pensieri leggeri. Le sue scarpe possono essere sono piene di passi, la sua faccia piena di schiaffi, ma il suo cuore è pieno di battiti e gli occhi sono pieni di te. Canto pulito che si leva al cielo, come una preghiera, nonostante lutti e tradimenti. Lorenzo scorge il vuoto, ma lo riempie di miele, non di ozio e accidia. I buoni vanno in giro a piedi nudi, amano e abbracciano, vedono quello che c’è. I cinici, invece, scavano la fossa. Fiorello: ecco un altro buono.Seguito con passione da quasi dieci milioni di altrettanto buoni, o forse disperati alla ricerca di ordine e bellezza. Freddure, battute, canti vita, passi, respiri. Nel più grande spettacolo dopo il weekend non c’era niente di scorretto, stridente, acido. Nessusna dietrologia, perversione, complotto. Fiorello non si è truccato, è uscito con la faccia pulita, mangiando una mela, sui libri di scuola. Per una volta non abbiamo litigato, per una volta non abbiamo sbavato sulla figa (e porca) di turno.Per una volta abbiamo parlato di figli, di lavoro, di amore. Fiorello aveva lo smocking di Armani e era nello studio 5 di Cinecittà. Ma all’edicola sotto casa sua sarebbe stato uguale. Fiore sta alla TV come Monti sta al governo: portatori sani di valori ed equilibrio in un mondo dark. Conigli bianchi, ma senza gli occhi rossi.
gli idioti siamo noi
Concita De Gregorio colta da moralismo cinetelevisivo, spara a zero su I Soliti Idioti: il riferimento culturale degli adolescenti che gridano Dai Cazzo! dalla mattina alla sera. La giornalista e scrittrice parla di fallimento. Altro che riferimento. Per ora Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, attori ideatori del fenomeno televisivo passato al grande schermo, non hanno replicato; con tutta probabilità stanno brindando al successo, ottenuto con molta meno fatica rispetto a tutte quelle volte in cui si sono impegnati in programmi giovanili e di contenuto. Fanculo i programmi giovanili, I Soliti Idioti piacciono come le cenerentole con la french, i tamarri italoamericani, le parrucchiere sguaiate, come gli aspiranti concorrenti sfigati e perdenti. Piacciono perché non raccontano balle, non se la menano, non hanno paura di vedere quanto è brutto e volgare questo paese, che per un po’, un bel po’, si è fatto di coca e escort. E se i veri indignati fossero i ragazzini che ridono degli adulti superficiali, arrivisti e assenti, che hanno costruito questo bel futuro per loro? Altro che fallimento
big bang
Sarko e la Merkel che se la ridono alle nostre spalle: è così che si è aperta una settimana difficile per noi italiani, piegati da troppe botte, manco fossimo interisti. Quei sorrisetti lì, visti e stravisti in TV (giusto Minzolini se ne è scordato, ops), fanno più male di un pugno alla mascella. Quei sorrisetti lì, va detto, sono poco coraggiosi: tipici dei compagnucci degli ultimi banchi che poi alla campanella si dileguano, sono i confessionali del Grande Fratello, che uno li vede in puntata e dice perché non me l’hai detto in faccia? Già, perché non venite qui, a ridacchiare? Ma va detto anche che noi siamo troppo pigri, stiamo fermi e non avanziamo. E non è che si vince sempre con un cucchiaio al novantesimo. Ma la settimana difficile era solo all’inizio. Poi abbiamo perso Simoncelli. Un italiano vero, un italiano fiero. E lì sì che il tricolore lo abbiamo torato fuori e lo abbiamo sbandierato col cuore gonfio di orgoglio, invece di nasconderlo sotto il letto. Poi tanti italiani hanno cominciato a sfilare davanti ai giudici di X Factor, sperando di avere un futuro, o anche solo un lavoro. Almeno in tivu. Tutti hanno cantato, alcuni hanno fatto una figuraccia, altri hanno scoperto di avere talento, altri ancora sono stati premiati per la simpatia, la personalità, il coraggio, o per culo. Eh sì, perché alcuni hanno convinto i giudici per stanchezza, esasperazione, caldo. Un’Italia che vuole cantare, sognare e avere successo. Pronta a guardarsi allo specchio e a farsi giudicare. Un’Italia che commuove da quanto è pura. Poi la politica l’ha cantata ai politici e Matteo Renzi ha intonato (stonato?) il Big Bang di Jovanotti (a proposito, Loré, come l’hai presa?), alla Leopolda (non la Iolanda, dice Fazio). E sul palco sono andate in scena storie e idee di chi si sente giovane e non rappresentato dalla politica, di chi ha voglia di cambiare, di chi vuole fatti e non pugnette. E così, sul palco, tra una poltrona (bella ma vuota), un frigorifero (cool) e una scaletta ultra (o meta?) televisiva è andata in onda un’Italia connessa, che twitta che chatta, che viaggia leggera, che conosce, capisce, che va veloce. L’Italia che non si sente più rappresentata dai dinosauri, che non vuole le ideologie (la destra e la sinistra? superate), ma che vuole fare (un po’ come la Lega, ma senza vaffa). Ha l’aria del secchione, Renzi, di uno che vuole arrivare, uno che se gli ridono dietro o gli parlano male alle spalle capace che è contento. Non è un simpatico, perché vuole essere il primo. Sgomita, anche se sorride. Anche se va in tivu e fa l’amico. Però col big bang ci ha azzeccato, perché quell’energia lì, esplosiva e creatrice, era un po’ che non la sentivamo. Un giovane italiano che sfida i dinosauri a cavallo dei suoi destrieri: modernità e voglia. Voglia di alzarsi dal divano, di buttare via i pop corn per iniziare a correre per la maratona. Per aggiornare questo paese come si fa con l’Iphone. La voglia che ci hanno messo addosso i cortei puliti, gli indignati in tenda, le donne in piazza. E se cominciassimo a credere che le cose possono davvero cambiare?
what you see is what you get
L’avevo sentita nei film di Vanzina, parole pronunciarte da un compianto cummenda impellicciato per le strade di Cortina. Ci avevo riso su, di tanto in tanto, con qualche amico al bar. Ma non pensavo che esistesse ancora qualcuno in grado di guardarmi negli occhi e di dirmi "tu non sai chi sono io". Non con piglio serio e compito, non ai tempi dei social network, che è un miracolo se non condividiamo gli esiti delle ultime analisi del sangue con chiunque. E invece un giovane vecchio teletrasportato dagli anni ottanta mi ha detto "tu non sai chi sono io". E mi sono voluta prendere del tempo per riflettere. Cosa si mette in mezzo tra la percezione che abbiamo di noi stessi e la risposta che ci rimandano gli altri? Mi sono chiesta se è possibile raddrizzare gli specchi deformanti che abbiamo in casa. Mi sono stupita della fatica che facciamo e tutto il tempo che ci mettiamo a nascondere noi stessi a noi stessi, quando basta uno sconosciuto annoiato che beve caffé senza zucchero alla macchinetta per capire esattamente quale sia il nostro problema. Quanto può essere feroce un estraneo? Almeno quanto è compassionevole un amico.
PULP FICTION

Si avvicina silenzioso, diffile percepire la sua presenza. E quando lei si accorge di lui è ormai troppo tardi: le sue zampe pelose sono già avvinghiate ai suoi languidi fianchi e, con la scusa di parlare di cose di lavoro molto segrete, le sta sussurrando con alito caldo all’orecchio qualche baggianata. E’ una bella palpata, una di quelle da addormentarsi bene, scambiata erroneamente per un goffo approccio. Lui è la faina viscida che si aggira nei corridoi in cerca di una preda da palpare, lei è un morbido diversivo in una lunga giornata lavorativa. La faina viscida annusa l’aria e sente il profumo fresco di rosa appena sbocciata che hanno le ragazze la mattina presto. Parla di cose alte, ma i suoi istinti sono bassi. La faina è un uono molto brutto o antipaticissimo, che si sente autorizzato a palpare le colleghe, che guadagnano meno di lui e lavorano il doppio, figlie uniche con la medaglia d’oro al petto appuntata da papà – "l’ho fatta io" "quella è mia figlia" – che soffrono di un terribile senso di colpa che le fa sentire scarse. E’ questo che annusa la faina, altro che profumo di rosa, è il senso di inadeguatezza, è il talento racchiuso in un barattolo di latta. Sono tutti i no ricevuti e non elaborati. Sono le lacrime che bruciano su ferite inconfessabili. Sono i carri davanti ai buoi. La faina fa il suo mestiere. E dire che basterebbe uno sguardo diretto, consapevole e sicuro e una battuta del tipo "ma cheffai palpi? guarda che sto bendidio mica è gratis"
















